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TOSARELLO, SCUOLA DI BASKET
Parla Valerio Bianchini, coach benemerito della pallacanestro mondiale
Quest’anno il torneo di basket Tosarello, giunto all’edizione numero 26, ha un testimonial d’eccezione: Valerio Bianchini, nato a Torre Pallavicina (Bergamo) 71 anni fa, uno dei più blasonati allenatori del basket europeo. Il “vate”, così è conosciuto il coach negli ambienti del basket mondiale, ha allenato tutte le squadre più importanti dell’Italia cestistica, compresa la Nazionale, vincendo lo scudetto in tre piazze differenti: Cantù, Pesaro e Roma. Bianchini sarà presente il 19 luglio alla finale del torneo e, da navigato lupo del parquet, conosce benissimo il valore di queste manifestazioni sotto le stelle d’estate: «In ogni città l'organizzazione di tornei come il Tosarello è fondamentale per la formazione e la valorizzazione dei giovani - sottolinea l’allenatore lombardo - e non solamente sul piano strettamente tecnico. Queste competizioni sono fondamentali per la promozione della pallacanestro: ogni città crea quella cultura e quell'amore verso la disciplina sportiva che sono prerogative fondamentali per avere nel tempo propri atleti fatti in casa di valore e poi sani e appassionati tifosi, cercando di consolidare sempre il senso di appartenenza alla squadra della propria città. Allo stesso modo di un club, anche un torneo ricco di tradizione, come è il Tosarello, può diventare il collante tra la gente, gli appassionati sportivi, le aziende e le attività che operano nel territorio». Tutto vero, infatti il Tosarello da quando è nato, nell’anno 1989, ha svolto proprio questo in una piazza storica del basket. In una città come Latina dove i club ai massimi livelli, soprattutto da una quindicina di anni a questa parte, investono il 90 per cento delle risorse sulla prima squadra, assemblata quasi sempre con cestisti forestieri, avere un momento di confronto in piazza tra le realtà locali è un tesoro impagabile: «Il mondo dello sport è in continua evoluzione - conclude Bianchini - in tanti anni ho visto cambiare sistemi di autofinanziamento, di preparazione atletica, tattiche di gioco, ma quello che non deve mai mancare è la base. Solo curando i settori giovanili le discipline sportive hanno futuro e per far innamorare i più giovani del basket, una manifestazione di piazza come il Tosarello è una della armi vincenti».
(Fonte Il Messaggero - Autore Stefano Urgera)
Il testo integrale dell'intervista
Valerio Bianchini testimonial del torneo Tosarello Leggi
“In ogni città la cultura dell'organizzazione di tornei come il Tosarello è fondamentale per la formazione ed alla valorizzazione dei giovani, ma non solamente sul piano strettamente tecnico: attraverso la promozione dello sport, infatti, che deve comunque iniziare già nelle scuole, ogni città crea quella cultura e quell'amore verso la disciplina sportiva che sono prerogative fondamentali per avere sempre nel tempo propri atleti di valore e sani appassionati tifosi, cercando di consolidare sempre il senso di appartenenza alla squadra della propria città. Allo stesso modo di un club, anche un torneo rappresentativo può diventare il collante tra la gente, gli appassionati sportivi, le aziende e le attività che operano nel territorio”.
Valerio Bianchini, il coach più titolato della storia della pallacanestro italiana, con nel suo palmares due Coppe Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, tre scudetti vinti in tre città diverse (Cantù, Roma e Pesaro), una Coppa Italia (Fortitudo Bologna), alla guida della Nazionale nel 1986 Mondiali di Madrid e 1nel 987 Europei di Atene, sottolinea l'importanza di iniziative come il torneo Tosarello mirate alla promozione del movimento sportivo del proprio territorio, unito alla valorizzazione dei settori giovanili: “Lo sport è un'esperienza totalizzante per la formazione del singolo individuo – spiega Valerio Bianchini – quando un ragazzo, che si diverte a giocare all'oratorio o sotto casa, viene chiamato ad entrare a far parte di una squadra, si sente identificato dal mondo esterno: è un passaggio straordinario della sua identità personale, perché entra in un contesto sociale dove acquisisce maggiore consapevolezza di se stesso, imparando a rispettare le regole dello sport, non solo sul piano tecnico, in un mondo quello odierno dove le regole tendono a non esserci più. Il ragazzo entra così in contesto dove troverà un maestro,
che non gli darà i compitini da fare a casa, ma che lo accompagnerà nella sua crescita dentro e fuori il campo di gioco. Lo sport è lo specchio ma anche una metafora continua della vita, perché quando gli istruttori dicono ai propri allievi di non guardare il pallone mentre palleggiano ma di osservare sempre il campo, è un suggerimento che vale anche nella vita di tutti i giorni: il controllo di sé stesso per muoversi poi con risultati nel mondo esterno, con spirito di collaborazione e relazione con i propri amici e compagni, nel rispetto sempre degli altri oltre che delle regole”.
Eppure i vivai, in ogni disciplina sportiva, stanno conoscendo in questi anni gravi carenze strutturali soprattutto nei club professionistici: “La globalizzazione iniziata con dalla caduta del muro di Berlino con la libera circolazione dei giocatori dai paesi dell'est, fino alla più recente caduta dei regimi arabi, è stato un fenomeno che lo sport ha accusato nella gestione dei propri settori giovanili e delle prime squadre, visto anche che molti extracomunitari hanno avuto la possibilità di essere naturalizzati in paesi europei e hanno accettato contratti meno onerosi. Poi c'è stato il fenomeno delle sponsorizzazioni, dilagante fino a quando negli anni passati c'era ancora un regime fiscale vantaggioso per i club e gli investitori, ma sponsorizzazioni legate alla passione del magnate imprenditore di turno che hanno finito per lasciare le casse in rosso delle società una volta finiti gli investimenti e mutate le condizioni, cosicché i club hanno cercato ancora la via più facile, che non era quella di valorizzare i propri vivai, ma di cercare giocatori già fatti seppur di basso livello tecnico, ritenendo troppo dispendiosa la cura dei vivai. A mio avviso anche il crollo del vincolo del cartellino societario dei giovani giocatori ha pregiudicato la politica dei vivai, con i procuratori che si sono letteralmente impadroniti delle società. Quando oggi hai sette stranieri in una squadra, è chiaro che viene preclusa la valorizzazione dei settori giovanili. A discapito poi del ricambio generazionale nella Nazionale. Purtroppo le società a certi livelli non hanno una visione a lungo termine ma mirano a disputare il campionato anno dopo anno nel migliore dei modi”.
Ma c'è un rimedio? “La volontà di voler pianificare con una visione diversa, più ampia, lungimirante e soprattutto una programmazione nell'interesse di tutti. Basterebbe importare il modello NBA con la ripartizione uguale a tutti i club, non invece come avviene in Italia, dei diritti televisivi, dove esiste la prelazione dei migliori giocatori universitari che spetta alle ultime squadre professionistiche classificate di ogni stagione: ecco perché il campionato statunitense è sempre competitivo ed interessante. Negli Usa è netta la distinzione tra campionato professionistico, dilettantistico universitario, attività di formazione e ludica”.

